
Politica
Politica e attualità raccontate dal giovane e brillante Mattia Verriello
«Tutti i giorni compiamo scelte politiche, vorrei che tutti lo comprendessero»
Bitonto - venerdì 26 febbraio 2021
9.53
La politica è spesso vista dai più giovani come qualcosa di profondamente lontano da sé, tediosa e incomprensibile. Non è della stessa opinione il giovanissimo e brillante Mattia Verriello, studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna e attualmente studente Erasmus presso l'Istituto di Studi Politici ''SciencesPo'' a Aix en Provence in Francia, Università frequentata in passato da personaggi del calibro di Federica Mogherini e Christine Lagarde.
Infatti Mattia è intimamente affascinato dalla politica e vorrebbe trasferire il suo sapere e le sue intuizioni anche ai suoi coetanei. Poco prima della crisi di governo ha cominciato a spiegare ai suoi followers su Instagram il senso di quello che stava accadendo in Italia, ricevendo numerosi apprezzamenti da chi, molto spesso, si era considerato estraneo a qualsiasi tentativo di comprensione.
Diplomatosi nel 2018 al Liceo Sylos di Bitonto, è stato anche membro del gruppo scout Agesci Bitonto 2, un periodo che definisce indispensabile per la sua crescita, che gli ha permesso di scoprire e discutere di temi come il servizio verso il prossimo, la cittadinanza attiva e l'importanza di fare delle scelte politiche nella vita di tutti i giorni.
Parlare con Mattia è un piacere inaspettato (ndr), conosce il mondo politico e intende difenderlo. BitontoViva lo ha intervistato.
La politica è un'arte complessa da capire e analizzare. Quando nasce il tuo interesse?
«È vero, la politica come la intendiamo più comunemente è molto complessa perché è l'insieme di tante scienze che si uniscono e si trasformano nell'arte del governo. Tuttavia, è importante dire che c'è una cosa chiamata Politica, quella con la P maiuscola, che non è così complessa come si pensa, perché non è altro che l'insieme di tutte quelle scelte etiche che ognuno di noi fa nella propria vita quotidiana. Se iniziassimo a prendere coscienza di questo, vivremmo tutti meglio, e davvero il mondo sarebbe un posto migliore. Se iniziassimo a pensare che ognuno di noi fa politica nel proprio agire quotidiano, nel dare l'esempio, nell'essere quel famoso cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, non daremmo più la colpa al politico di turno ma sentiremmo su di noi la responsabilità dell'agire quotidiano. È una consapevolezza che si può raggiungere solo in un modo: l'istruzione. Per rispondere alla tua domanda, infatti, posso dire che il mio interesse è sicuramente nato durante le scuole medie grazie ad una professoressa di italiano che porto sempre nel cuore per i suoi insegnamenti. Lei, infatti, non ci parlava solo di epica, antologia e grammatica, ma ci ha parlato da subito di attualità, ci ha fatto leggere il giornale in classe e ci ha proposto di leggere ''Mare al mattino'', un libro di Margaret Mazzantini. Lì credo che per la prima volta si sia instillato in me l'interesse per una questione politica, nel senso più comune del termine. Erano gli anni delle grandi ondate migratorie in seguito allo scoppio della primavera araba e il libro della Mazzantini parlava di una storia di immigrazione e di un mediterraneo che si trasformava giorno dopo giorno in un cimitero di innocenti. Il momento però in cui ho iniziato ad interessarmi della politica, quella partitica, quella più pragmatica, quella della gestione della res pubblica, è stato il Referendum Costituzionale del 2016, una occasione persa per il nostro Paese. Non potevo ancora votare ma mi dava terribilmente fastidio che in tv e sui giornali non si parlasse d'altro e io non dovessi essere in grado di capire cosa stesse succedendo e per cosa i miei genitori e tutti coloro che avevano diritto di voto erano chiamati a esprimersi. Così pian piano ho iniziato a informarmi, a cercare di capire e in un certo senso anche a schierarmi».
Attraverso le tue stories vuoi rendere maggiormente comprensibile quello che succede nel mondo. Qual è la risposta degli utenti?
Credo che fuor da ogni ipocrisia i social siano il luogo più importante della nostra contemporaneità dove ognuno cerca di imporsi per ricevere l'accettazione altrui, il compiacimento, il commento, la condivisione e il fatidico like. Nel mio caso la scelta di pubblicare delle stories in cui cerco di spiegare alcune questioni di politica o attualità è frutto del bisogno e della voglia di comunicare a chi mi segue che io mi sto interessando a quel tema, a quella questione, a quell'evento e quindi credo che sia importante che io non sia l'unico, perché ci riguarda tutti. A questo si aggiunge il mio interesse per tutto ciò che riguarda il mondo dei media e della comunicazione. Mi è bastato unire questi due miei interessi, quello per la politica e quello per la comunicazione, per superare l'ostacolo dell'imbarazzo e registrarmi in delle stories in cui alla fine di gennaio ho cercato di aggiornare i miei followers sull'evolversi della crisi di governo che molti descrivevano come inspiegabile e che invece io riuscivo a capire e spiegare abbastanza bene. Per intenderci, i miei followers sono per lo più i miei amici e persone che conosco, non stiamo parlando di una platea oceanica, però questo era uno stimolo in più perché molti di loro mi hanno risposto ringraziandomi perché finalmente riuscivano a capire qualcosa di quello che stava succedendo e mi chiedevano di continuare. La gratificazione è sempre lo stimolo migliore, quindi ho continuato e cerco di farlo ancora anche perché l'idea di dover comunicare agli altri qualcosa è un impulso importante a informarmi sempre di più e sempre meglio».
Cosa pensi che si dovrebbe fare per rendere la politica e l'attualità più vicine al popolo?
«Questo è un tema molto complesso, ma lo hai detto anche tu, la politica è complessa. Quando ero più piccolo, finita l'era berlusconiana, percepivo intorno a me un disinteresse e un disgusto generale per la politica che era vista come qualcosa di sporco e disonesto. Poi c'è stato un cambiamento radicale che è frutto di numerosi fattori che i sociologi studiano ancora oggi, ovvero l'avvento delle forze populiste di cui i social network sono stati senza dubbio forza propulsiva. Credo che oggi il popolo, la gente, non sia lontana dalla politica e della attualità in sé. Se ci pensi chiunque sia in possesso di uno smartphone e di un profilo Facebook riceve continuamente notifiche, impulsi, articoli. Basta accendere la tv e a qualsiasi ora, su almeno uno dei principali canali, c'è il politico di turno che propina dichiarazioni e slogan che in brevissimo tempo si trasformano in titoli. Credo che oggi il tema sia diverso, cioè sia cercare di capire cosa bisogna fare per dare al popolo gli strumenti per analizzare e capire meglio la politica e l'attualità. Ancora una volta la risposta secondo me può essere una e sola: l'istruzione, l'educazione civica. Il problema, infatti, non mi sembra essere la difficoltà delle persone nel reperire notizie, ma è la difficoltà nel capirle, metabolizzarle, distinguere una notizia attendibile da una finta. E in questo dei passi in avanti sono necessari. Non è possibile che ragazzi che un diploma definisce maturi, escano dalla scuola senza una coscienza critica o senza una minima abilità di comprendere la realtà che li circonda. Si passano anni e anni a studiare civiltà antichissime, che per carità sono alla base di quello che siamo oggi, ma che sicuramente non aiutano un adolescente a capire la complessità del mondo in cui vive e le basi economiche su cui si fonda, gli elementi basilari di diritto che regolano la sua esistenza nella società o l'origine storica dei fenomeni contemporanei. È di questa ignoranza che si nutre il populismo e di cui si sono nutriti i principali totalitarismi del secolo scorso».
So che questa domanda è spesso banalizzata, ma ad un ragazzo così giovane e preparato sorge spontanea: come ti vedi tra dieci anni? Quale lavoro vorresti fare?
«Non è affatto una domanda banale. La mia è la generazione delle crisi e delle contraddizioni. Siamo quelli cresciuti negli anni dell'11 settembre, della crisi economico-finanziaria del 2008, degli attacchi nei luoghi della cultura del 2015, della crisi da COVID, ma siamo anche i cosiddetti nativi digitali, quelli che in due ore di aereo possono incontrare i propri amici in un'altra città europea, quelli che non importa se a Roma, Londra, Parigi, Berlino o New York, ascoltiamo la stessa musica, guardiamo le stesse serie TV, vestiamo allo stesso modo. Siamo una generazione che vive la contraddizione perché probabilmente abbiamo più opportunità di quelle che avevano i nostri genitori e sicuramente i nostri nonni, eppure viviamo nell'incertezza del futuro. Per questo ti dico che la tua domanda non è banale ma forse non è più la domanda giusta, perché la domanda giusta dovrebbe essere: quali competenze vorresti avere in futuro? Infatti, molti dei lavori che esistono oggi molto probabilmente fra alcuni anni non ci saranno più e se non vogliamo ritrovarci a vivere quel disagio che vive oggi la generazione dei nostri padri, quello di aver fatto un lavoro per tutta la vita per poi ritrovarsi un giorno ad essere sostituiti da una macchina, credo sia importante non ragionare in termini di lavoro ma di competenze. Se hai delle qualità, delle competenze e delle carte da giocare riuscirai a stare al passo col progresso e il progresso stesso non farà più paura. Per questo faccio fatica a dire che lavoro vorrei fare tra dieci anni, anche perché scherzandoci un po' su ti dico che negli ultimi anni ho cambiato idea decine di volte e pur rimanendo sempre nello stesso ambito non ho mai mantenuto una idea per troppo tempo. Ad oggi posso dirti che guardando quelle che sono sempre state le mie passioni e predisposizioni, sicuramente mi piacerebbe fare qualcosa che abbia a che fare con la politica o con la comunicazione: una cosa non esclude l'altra. Potrei dirti che mi piacerebbe lavorare nel mondo della comunicazione o nel mondo televisivo ma probabilmente la TV non sarà più come la conosciamo oggi, così come potrei dirti che mi piacerebbe lavorare per una istituzione governativa ma fra alcuni anni chi lo sa se quella istituzione non sarà più il governo nazionale ma quello dei tanto ambiti Stati Uniti d'Europa? Tutto cambia e tutto scorre, per ora mi concentro sull'acquisire competenze».
Qual è la tua opinione in merito agli eventi recenti che coinvolgono l'Italia?
«Per risponderti a questa domanda potrei stare qui delle ore. Scherzi a parte, io sono molto critico rispetto a quello che è successo nel nostro paese negli ultimi anni ma avendo avuto la fortuna di viaggiare ho raggiunto una consapevolezza: siamo davvero un Paese bellissimo. Spesso ci sottovalutiamo e ci siamo purtroppo abituati alla narrazione per cui siamo il Paese in cui nulla cambia, tutto va male e chiunque va governare è un traditore che fa i propri interessi. Senza dubbio questo succede, ma come ha sottolineato anche il presidente Draghi durante il suo discorso al Parlamento, molto spesso ci sottovalutiamo troppo rispetto invece a quella che è la stima che hanno all'esterno del nostro Bel Paese. Detto questo sicuramente la politica italiana degli ultimi anni non ha scritto pagine invidiabili e tuttavia credo che giudicare ciò che succede in Italia senza prendere coscienza che siamo inseriti in un contesto globalizzato molto più grande sarebbe un grave errore. È una mia personale opinione ovviamente, ma io credo che l'avvento del fenomeno populista, nel mondo prima, e in Italia dopo, sia e sia stato un grande problema. Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo il triste primato di essere il paese europeo ad aver avuto un governo tutto populista (il governo giallo-verde) che in pochi mesi ha davvero messo a repentaglio la stabilità e la reputazione dell'intera nazione. Fortunatamente questa tendenza sta piano piano invertendosi, però credo che il giorno in cui potremo festeggiare davvero sarà il giorno in cui le forze europeiste, riformiste e liberali potranno tornare a governare essendo elette in parlamento e non grazie ad operazioni che seppur sacre e legittime, rimangono operazioni di palazzo. La vittoria di Biden è un buon primo passo, il vento dell'ottimismo americano porta sempre buoni frutti anche in Europa».
C'è una causa che ti sta maggiormente a cuore e della quale vorresti informare maggiormente le persone che ti ascoltano e ti leggono?
«Come si sarà capito sono ossessionato dalla paura che il populismo prenda il sopravvento sulla Politica. Io credo che se tornassimo ad un confronto civile tra due poli moderati che non rispecchieranno mai le classiche divisioni storiche tra destra e sinistra, perché il mondo non è più quello della destra e sinistra novecentesca, ma che difendono le proprie idee nel rispetto dell'alternanza democratica, potremmo dire di aver raggiunto già un gran traguardo, perché poi di lì scaturiscono tanti vantaggi. Significherebbe infatti che il tema importantissimo dell'Europa, dell'ambiente, dei diritti civili, del lavoro, delle nuove tecnologie, delle pari opportunità e del benessere economico sarebbero affrontati con più pragmatismo e meno ideologia. Quindi si, quando comunico con chi mi segue il mio obiettivo, anche se molto ambizioso, è far si che di fronte ad un tema non si ragioni più per stereotipi o per conformismo ad un racconto unico e unanime ma che si abbia l'abilità di ragionare autonomamente e di uscire dalla mentalità della sondaggiocrazia o della likecrazia per cui tutto si valuta in base alla simpatia o al ''tanto sono tutti uguali''. Il mio desiderio è insomma quello che si torni alla Politica, quella vera».
Infatti Mattia è intimamente affascinato dalla politica e vorrebbe trasferire il suo sapere e le sue intuizioni anche ai suoi coetanei. Poco prima della crisi di governo ha cominciato a spiegare ai suoi followers su Instagram il senso di quello che stava accadendo in Italia, ricevendo numerosi apprezzamenti da chi, molto spesso, si era considerato estraneo a qualsiasi tentativo di comprensione.
Diplomatosi nel 2018 al Liceo Sylos di Bitonto, è stato anche membro del gruppo scout Agesci Bitonto 2, un periodo che definisce indispensabile per la sua crescita, che gli ha permesso di scoprire e discutere di temi come il servizio verso il prossimo, la cittadinanza attiva e l'importanza di fare delle scelte politiche nella vita di tutti i giorni.
Parlare con Mattia è un piacere inaspettato (ndr), conosce il mondo politico e intende difenderlo. BitontoViva lo ha intervistato.
La politica è un'arte complessa da capire e analizzare. Quando nasce il tuo interesse?
«È vero, la politica come la intendiamo più comunemente è molto complessa perché è l'insieme di tante scienze che si uniscono e si trasformano nell'arte del governo. Tuttavia, è importante dire che c'è una cosa chiamata Politica, quella con la P maiuscola, che non è così complessa come si pensa, perché non è altro che l'insieme di tutte quelle scelte etiche che ognuno di noi fa nella propria vita quotidiana. Se iniziassimo a prendere coscienza di questo, vivremmo tutti meglio, e davvero il mondo sarebbe un posto migliore. Se iniziassimo a pensare che ognuno di noi fa politica nel proprio agire quotidiano, nel dare l'esempio, nell'essere quel famoso cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, non daremmo più la colpa al politico di turno ma sentiremmo su di noi la responsabilità dell'agire quotidiano. È una consapevolezza che si può raggiungere solo in un modo: l'istruzione. Per rispondere alla tua domanda, infatti, posso dire che il mio interesse è sicuramente nato durante le scuole medie grazie ad una professoressa di italiano che porto sempre nel cuore per i suoi insegnamenti. Lei, infatti, non ci parlava solo di epica, antologia e grammatica, ma ci ha parlato da subito di attualità, ci ha fatto leggere il giornale in classe e ci ha proposto di leggere ''Mare al mattino'', un libro di Margaret Mazzantini. Lì credo che per la prima volta si sia instillato in me l'interesse per una questione politica, nel senso più comune del termine. Erano gli anni delle grandi ondate migratorie in seguito allo scoppio della primavera araba e il libro della Mazzantini parlava di una storia di immigrazione e di un mediterraneo che si trasformava giorno dopo giorno in un cimitero di innocenti. Il momento però in cui ho iniziato ad interessarmi della politica, quella partitica, quella più pragmatica, quella della gestione della res pubblica, è stato il Referendum Costituzionale del 2016, una occasione persa per il nostro Paese. Non potevo ancora votare ma mi dava terribilmente fastidio che in tv e sui giornali non si parlasse d'altro e io non dovessi essere in grado di capire cosa stesse succedendo e per cosa i miei genitori e tutti coloro che avevano diritto di voto erano chiamati a esprimersi. Così pian piano ho iniziato a informarmi, a cercare di capire e in un certo senso anche a schierarmi».
Attraverso le tue stories vuoi rendere maggiormente comprensibile quello che succede nel mondo. Qual è la risposta degli utenti?
Credo che fuor da ogni ipocrisia i social siano il luogo più importante della nostra contemporaneità dove ognuno cerca di imporsi per ricevere l'accettazione altrui, il compiacimento, il commento, la condivisione e il fatidico like. Nel mio caso la scelta di pubblicare delle stories in cui cerco di spiegare alcune questioni di politica o attualità è frutto del bisogno e della voglia di comunicare a chi mi segue che io mi sto interessando a quel tema, a quella questione, a quell'evento e quindi credo che sia importante che io non sia l'unico, perché ci riguarda tutti. A questo si aggiunge il mio interesse per tutto ciò che riguarda il mondo dei media e della comunicazione. Mi è bastato unire questi due miei interessi, quello per la politica e quello per la comunicazione, per superare l'ostacolo dell'imbarazzo e registrarmi in delle stories in cui alla fine di gennaio ho cercato di aggiornare i miei followers sull'evolversi della crisi di governo che molti descrivevano come inspiegabile e che invece io riuscivo a capire e spiegare abbastanza bene. Per intenderci, i miei followers sono per lo più i miei amici e persone che conosco, non stiamo parlando di una platea oceanica, però questo era uno stimolo in più perché molti di loro mi hanno risposto ringraziandomi perché finalmente riuscivano a capire qualcosa di quello che stava succedendo e mi chiedevano di continuare. La gratificazione è sempre lo stimolo migliore, quindi ho continuato e cerco di farlo ancora anche perché l'idea di dover comunicare agli altri qualcosa è un impulso importante a informarmi sempre di più e sempre meglio».
Cosa pensi che si dovrebbe fare per rendere la politica e l'attualità più vicine al popolo?
«Questo è un tema molto complesso, ma lo hai detto anche tu, la politica è complessa. Quando ero più piccolo, finita l'era berlusconiana, percepivo intorno a me un disinteresse e un disgusto generale per la politica che era vista come qualcosa di sporco e disonesto. Poi c'è stato un cambiamento radicale che è frutto di numerosi fattori che i sociologi studiano ancora oggi, ovvero l'avvento delle forze populiste di cui i social network sono stati senza dubbio forza propulsiva. Credo che oggi il popolo, la gente, non sia lontana dalla politica e della attualità in sé. Se ci pensi chiunque sia in possesso di uno smartphone e di un profilo Facebook riceve continuamente notifiche, impulsi, articoli. Basta accendere la tv e a qualsiasi ora, su almeno uno dei principali canali, c'è il politico di turno che propina dichiarazioni e slogan che in brevissimo tempo si trasformano in titoli. Credo che oggi il tema sia diverso, cioè sia cercare di capire cosa bisogna fare per dare al popolo gli strumenti per analizzare e capire meglio la politica e l'attualità. Ancora una volta la risposta secondo me può essere una e sola: l'istruzione, l'educazione civica. Il problema, infatti, non mi sembra essere la difficoltà delle persone nel reperire notizie, ma è la difficoltà nel capirle, metabolizzarle, distinguere una notizia attendibile da una finta. E in questo dei passi in avanti sono necessari. Non è possibile che ragazzi che un diploma definisce maturi, escano dalla scuola senza una coscienza critica o senza una minima abilità di comprendere la realtà che li circonda. Si passano anni e anni a studiare civiltà antichissime, che per carità sono alla base di quello che siamo oggi, ma che sicuramente non aiutano un adolescente a capire la complessità del mondo in cui vive e le basi economiche su cui si fonda, gli elementi basilari di diritto che regolano la sua esistenza nella società o l'origine storica dei fenomeni contemporanei. È di questa ignoranza che si nutre il populismo e di cui si sono nutriti i principali totalitarismi del secolo scorso».
So che questa domanda è spesso banalizzata, ma ad un ragazzo così giovane e preparato sorge spontanea: come ti vedi tra dieci anni? Quale lavoro vorresti fare?
«Non è affatto una domanda banale. La mia è la generazione delle crisi e delle contraddizioni. Siamo quelli cresciuti negli anni dell'11 settembre, della crisi economico-finanziaria del 2008, degli attacchi nei luoghi della cultura del 2015, della crisi da COVID, ma siamo anche i cosiddetti nativi digitali, quelli che in due ore di aereo possono incontrare i propri amici in un'altra città europea, quelli che non importa se a Roma, Londra, Parigi, Berlino o New York, ascoltiamo la stessa musica, guardiamo le stesse serie TV, vestiamo allo stesso modo. Siamo una generazione che vive la contraddizione perché probabilmente abbiamo più opportunità di quelle che avevano i nostri genitori e sicuramente i nostri nonni, eppure viviamo nell'incertezza del futuro. Per questo ti dico che la tua domanda non è banale ma forse non è più la domanda giusta, perché la domanda giusta dovrebbe essere: quali competenze vorresti avere in futuro? Infatti, molti dei lavori che esistono oggi molto probabilmente fra alcuni anni non ci saranno più e se non vogliamo ritrovarci a vivere quel disagio che vive oggi la generazione dei nostri padri, quello di aver fatto un lavoro per tutta la vita per poi ritrovarsi un giorno ad essere sostituiti da una macchina, credo sia importante non ragionare in termini di lavoro ma di competenze. Se hai delle qualità, delle competenze e delle carte da giocare riuscirai a stare al passo col progresso e il progresso stesso non farà più paura. Per questo faccio fatica a dire che lavoro vorrei fare tra dieci anni, anche perché scherzandoci un po' su ti dico che negli ultimi anni ho cambiato idea decine di volte e pur rimanendo sempre nello stesso ambito non ho mai mantenuto una idea per troppo tempo. Ad oggi posso dirti che guardando quelle che sono sempre state le mie passioni e predisposizioni, sicuramente mi piacerebbe fare qualcosa che abbia a che fare con la politica o con la comunicazione: una cosa non esclude l'altra. Potrei dirti che mi piacerebbe lavorare nel mondo della comunicazione o nel mondo televisivo ma probabilmente la TV non sarà più come la conosciamo oggi, così come potrei dirti che mi piacerebbe lavorare per una istituzione governativa ma fra alcuni anni chi lo sa se quella istituzione non sarà più il governo nazionale ma quello dei tanto ambiti Stati Uniti d'Europa? Tutto cambia e tutto scorre, per ora mi concentro sull'acquisire competenze».
Qual è la tua opinione in merito agli eventi recenti che coinvolgono l'Italia?
«Per risponderti a questa domanda potrei stare qui delle ore. Scherzi a parte, io sono molto critico rispetto a quello che è successo nel nostro paese negli ultimi anni ma avendo avuto la fortuna di viaggiare ho raggiunto una consapevolezza: siamo davvero un Paese bellissimo. Spesso ci sottovalutiamo e ci siamo purtroppo abituati alla narrazione per cui siamo il Paese in cui nulla cambia, tutto va male e chiunque va governare è un traditore che fa i propri interessi. Senza dubbio questo succede, ma come ha sottolineato anche il presidente Draghi durante il suo discorso al Parlamento, molto spesso ci sottovalutiamo troppo rispetto invece a quella che è la stima che hanno all'esterno del nostro Bel Paese. Detto questo sicuramente la politica italiana degli ultimi anni non ha scritto pagine invidiabili e tuttavia credo che giudicare ciò che succede in Italia senza prendere coscienza che siamo inseriti in un contesto globalizzato molto più grande sarebbe un grave errore. È una mia personale opinione ovviamente, ma io credo che l'avvento del fenomeno populista, nel mondo prima, e in Italia dopo, sia e sia stato un grande problema. Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo il triste primato di essere il paese europeo ad aver avuto un governo tutto populista (il governo giallo-verde) che in pochi mesi ha davvero messo a repentaglio la stabilità e la reputazione dell'intera nazione. Fortunatamente questa tendenza sta piano piano invertendosi, però credo che il giorno in cui potremo festeggiare davvero sarà il giorno in cui le forze europeiste, riformiste e liberali potranno tornare a governare essendo elette in parlamento e non grazie ad operazioni che seppur sacre e legittime, rimangono operazioni di palazzo. La vittoria di Biden è un buon primo passo, il vento dell'ottimismo americano porta sempre buoni frutti anche in Europa».
C'è una causa che ti sta maggiormente a cuore e della quale vorresti informare maggiormente le persone che ti ascoltano e ti leggono?
«Come si sarà capito sono ossessionato dalla paura che il populismo prenda il sopravvento sulla Politica. Io credo che se tornassimo ad un confronto civile tra due poli moderati che non rispecchieranno mai le classiche divisioni storiche tra destra e sinistra, perché il mondo non è più quello della destra e sinistra novecentesca, ma che difendono le proprie idee nel rispetto dell'alternanza democratica, potremmo dire di aver raggiunto già un gran traguardo, perché poi di lì scaturiscono tanti vantaggi. Significherebbe infatti che il tema importantissimo dell'Europa, dell'ambiente, dei diritti civili, del lavoro, delle nuove tecnologie, delle pari opportunità e del benessere economico sarebbero affrontati con più pragmatismo e meno ideologia. Quindi si, quando comunico con chi mi segue il mio obiettivo, anche se molto ambizioso, è far si che di fronte ad un tema non si ragioni più per stereotipi o per conformismo ad un racconto unico e unanime ma che si abbia l'abilità di ragionare autonomamente e di uscire dalla mentalità della sondaggiocrazia o della likecrazia per cui tutto si valuta in base alla simpatia o al ''tanto sono tutti uguali''. Il mio desiderio è insomma quello che si torni alla Politica, quella vera».